Nonni e nipoti, Cedu: Stato italiano tuteli loro legame familiare

Corte Europea Diritti dell'Uomo , sentenza 20.01.2015

La Corte europea per i diritti dell’uomo, con la sentenza del 20 gennaio 2015 nel caso Manuello e Nevi, ha condannato l’Italia per violazione dell’art. 8 della Convenzione Europea per il mancato rispetto del diritto alla vita privata e familiare di due cittadini piemontesi, nonni di una minore, privati del rapporto con la propria nipote a causa del sospetto di abuso sessuale del padre, loro figlio, nei confronti della bambina.

La vicenda ha inizio con la separazione del figlio, nel maggio 2002, il quale viene anche enunciato dalla scuola materna frequentata dalla bambina di cinque anni, per sospette molestie sessuali da parte del padre.

Contemporaneamente, la moglie chiede la decadenza dalla potestà e da quel momento per i nonni paterni, che avevano vissuto fino a quel momento a stretto contatto con la bambina, inizia l’odissea giudiziaria.

Infatti, la minore viene affidata ai servizi sociali e collocata presso i nonni materni con facoltà per il padre di vedere la figlia con le modalità indicate dal servizio sociale.

I nonni paterni ricorrono al Tribunale per i minorenni chiedendo di vedere la nipote e si dichiarano disposti ad avere la sua custodia. Per due anni i contatti tra la bambina e i nonni avvengono solo tramite i servizi sociali con telefonate e lettere, in seguito i nonni chiedono di poterla incontrare, frequentano corsi appositi per prepararsi all’evento e infine viene loro concessa la possibilità di vederla.

Nel giugno 2006, la psicologa che teneva in cura la bambina chiede al giudice di sospendere la decisione sugli incontri con i nonni, poiché la minore avrebbe mostrato un senso di paura e di angoscia nei confronti del padre e poiché la figura dei nonni era ancora associata a quella del padre, c’era stato un espresso rifiuto di incontrarli.

Nello stesso mese si conclude il processo penale del padre con una sentenza di assoluzione.

Con decreto emesso il 20 Giugno 2007 il Tribunale per i minorenni di Torino dichiara non luogo a provvedere in ordine alla domanda di decadenza del padre dalla potestà genitoriale sulla figlia minore proposta dalla madre ex art. 330 c.c., ma dispone la sospensione dei rapporti della minore con i nonni paterni e conferma la sospensione dei rapporti con il padre, incaricando il servizio sociale di proseguire nell'intervento di sostegno e di preparazione per la graduale ripresa dei rapporti.

Contro il provvedimento, i nonni propongono reclamo sostenendo che il Tribunale aveva omesso di valutare che nel maggio 2006 il padre era stato assolto dalle accuse di abuso sessuale e contestano che la bambina abbia manifestato un’effettiva volontà di non incontrarli, ricollegando il rifiuto all’influenza della madre sulla figlia.

Con decreto del 29 aprile 2008, la Corte d'appello di Torino respinge il reclamo, in quanto l’assoluzione del padre con la formula di cui all'art. 530 c.p.p., comma 2, per mancanza, insufficienza e contraddittorietà della prova, non cambia la valutazione dei traumi subiti dalla minore in relazione alla figura paterna e di riflesso anche nei confronti dei nonni, la cui figura la bambina non riesce a scindere da quella del padre.

I nonni ricorrono, infine, in Cassazione facendo rilevare che:

1) la sentenza penale aveva assolto il padre da tutti i reati a lui ascritti ed era opponibile, con efficacia vincolante, sia alla moglie separata, sia alla minore, costituite entrambe parti civili;

2) il provvedimento del Tribunale per i minori del 21 dicembre 2005, con cui era stato disposto l'inizio degli incontri tra nonni e nipote in luogo neutro e sotto la loro vigilanza, non era stato mai eseguito da parte delle assistenti sociali e delle psicologhe;

3) i provvedimenti erano carenti di motivazione in ordine alla sospensione delle visite nonni - nipote.

La Corte di Cassazione, con sentenza del 17 giugno 2009 n. 14091, dichiara il ricorso inammissibile perché il provvedimento di giurisdizione volontaria, non mira a risolvere un conflitto tra diritti posti sullo steso piano, ma è preordinato all'esigenza prioritaria di tutela degli interessi del minore, per questo motivo non ha attitudine al giudicato, perché sempre modificabile e revocabile non solo ex nunc, per nuovi elementi sopravvenuti, ma anche ex tunc, per un riesame di merito o di legittimità degli elementi originari.

Ai nonni non rimane altra strada se non quella del ricorso alla Corte Europea dei diritti dell’uomo lamentando la violazione del loro diritto al rispetto della vita familiare a causa della durata eccessiva del procedimento per l'autorizzazione degli incontri con la bambina e per il fatto che i servizi sociali non hanno attuato il provvedimento giudiziario che disponeva gli incontri.

Essi sostengono che i tribunali nazionali, impedendo loro di vedere la loro nipote, non hanno neppure tenuto conto dell'interesse superiore della minore, intervenendo in maniera sproporzionata nel loro diritto alla vita familiare. La bambina aveva appena cinque anni quando il procedimento relativo alle visite era cominciato e ora ne aveva diciassette. In questi dodici anni, nonni e nipoti erano stati privati di una relazione e un legame importante.

Il governo italiano, si è difeso sostenendo che le decisioni interne, erano state prese in considerazione dell'interesse superiore della minore e in conformità con gli indirizzi di Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa sulla giustizia del 17 novembre 2010, garantendo la partecipazione del minore nei procedimenti che lo riguardano.

La Corte Edu, accoglie il ricorso dei due cittadini piemontesi rilevando la violazione dell'articolo 8 della Convenzione Europea da parte dello Stato italiano.

Secondo la Corte, la ratio della norma in questione è essenzialmente quella di proteggere l'individuo da interferenze arbitrarie da parte delle autorità pubbliche, ma non si limita a costringere lo Stato ad astenersi da tale interferenza.

Sullo stato incombono anche obblighi positivi per rendere effettivo il diritto alla vita privata o familiare. Tali obblighi possono comportare l'adozione di misure concrete e adeguate.

Per essere adeguate, le misure per riunire ad esempio un genitore e il figlio, devono essere messe in atto rapidamente perché il passare del tempo può avere conseguenze irrimediabili per la relazione tra i due. La Corte richiama alcune decisioni riguardanti la tutela del legame padre-figli e cita il caso italiano Lombardo c. Italia del dicembre 2013, quando lo stato italiano fu condannato perché le autorità giurisdizionali non avevano effettivamente garantito il diritto di un padre di vedere la figlia e di coltivare un rapporto equilibrato nonostante l’elevata conflittualità con l’altro genitore, limitandosi ad adottare una serie di misure automatiche e poco personalizzate, lasciando ampio spazio all’operatività dei servizi sociali che nel caso di specie non avevano gestito al meglio la situazione, lasciando passare molto tempo e compromettendo definitivamente la possibilità di recuperare la relazione parentale.

Secondo la Corte, lo Stato deve mettere a disposizione del cittadino tutti i mezzi giudiziari che consentono l’attuazione dei propri diritti ed il rispetto dei provvedimenti giudiziari che riguardano tali diritti, anche prevedendo misure specifiche che si rendono opportune nel caso concreto.

In un'altra pronuncia sempre a favore di un cittadino italianola Corte aveva assunto questa posizione, in particolare sulle azioni positive che lo stato deve compiere per proteggere le relazioni familiari di cui all’art. 8 della Convenzione, non limitandosi alla non ingerenza.

Si ricorda, la sentenza Cedu del 2 novembre 2010 Piazzi c. Italia, con la quale la Corte ha costatato la violazione dell’art. 8 della Convenzione ancora una volta in ragione della lunghezza delle procedure e dell’inefficacia delle misure adottate per far rispettare il diritto di visita del ricorrente al fine di ristabilire i rapporti con il figlio minore, ed ha censurato il comportamento tenuto dell’autorità giudiziaria, che aveva delegato ai servizi sociali la concreta gestione della questione senza svolgere verifiche efficaci e tempestive sull’esecuzione dei propri provvedimenti.

Nel caso all’attenzione della Corte, il legame parentale riguardava i nonni e nipote, ma secondo i principi che fondano il diritto sovranazionale, le misure volte a spezzare il legame tra un bambino e la sua famiglia possono essere applicate solo in casi eccezionali (cfr Zhou c. Italia 21 gennaio 2014 e Clemeno e altri c. Italia 21 ottobre 2008).

La Corte ha affermato, in definitiva, che questo principio ha valenza generale e si applica anche al caso di rapporti tra nonni e nipoti. La sentenza ha richiamato alcune recenti decisioni in cui la Cedu aveva affermato che il rapporto tra nonni e nipoti rientra tra i legami familiari, ai sensi dell'articolo 8 della Convenzione (Kruškić c. Croazia 25 novembre 2014 e Nistor c. Romania 2 novembre 2010).

Nel caso di specie – si legge in sentenza - i ricorrenti non hanno potuto vedere la nipote per dodici anni, e hanno costantemente cercato un riavvicinamento con la bambina, attenendosi alle prescrizioni dei servizi sociali e degli psicologi. E’ chiaro che non è stato sufficientemente mantenere una qualche forma di contatto tra nonni e nipote e il ritardo nel riavvicinamento ha avuto una conseguenza molto grave: la rottura totale del loro rapporto.

Per questo motivo, la Corte ritiene che le autorità nazionali non abbiano compiuto sforzi adeguati e sufficienti per preservare il rapporto di parentela tra i ricorrenti e la loro nipote, ignorando il loro diritto al rispetto della vita familiare ai sensi dell'articolo 8 della Convenzione.

La Corte Europea riconosce che i due nonni hanno subito un danno che non può essere riparato dalla semplice constatazione di una violazione di una norma, tuttavia, lo Stato italiano è stato condannato a pagare 16.000 euro a titolo di danno morale e 5.000 per spese legali e di giustizia.

(fonte: Altalex)

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