Danno biologico: le differenze tra tabelle romane e milanesi

Tribunale Roma, sez. XIII, sentenza 26.03.2015

La sentenza del Tribunale di Roma, sez. XIII, affronta la tematica della valutazione del danno biologico conseguente a sinistro stradale.

Il Giudice, ritiene applicabili alla fattispecie, le tabelle elaborate dal tribunale di Roma, sia per la inabilità temporanea che per quella permanente. Queste tabelle presentano alcune differenze rispetto a quelle milanesi, difatti per la invalidità permanente va considerato che Roma ha tre voci, quella base che non contiene le voci del c.d. danno morale e di quello esistenziale e due voci ulteriori, una minima ed una massima, personalizzate in relazione a tali aspetti di danno, mentre Milano ha solo due voci, minima e massima, entrambe con tali contenuti.

Bisogna, però, tener conto che il presupposto fondamentale ai fini della liquidazione del danno biologico è l'orientamento consolidatosi a seguito di Cass. S.U. n. 26972/08, in virtù del quale il danno biologico ha natura non patrimoniale, e dal momento che il danno non patrimoniale ha natura unitaria, il risarcimento del danno biologico è liquidato anch'esso in modo unitario, in una somma omnicomprensiva, posto che le varie voci di danno non patrimoniale elaborate dalla dottrina e dalla giurisprudenza (danno estetico, danno esistenziale, danno alla vita di relazione, ecc.) non costituiscono pregiudizi autonomamente risarcibili, ma possono venire in considerazione solo in sede di adeguamento del risarcimento al caso specifico, e sempre che il danneggiato abbia allegato e dimostrato che il danno biologico o morale presenti aspetti molteplici e riflessi ulteriori rispetto a quelli tipici (Cass. n. 24864/10; 4484/10; 25236/09).

uantNelle note esplicative delle tabelle romane è previsto fra l'altro che per la valutazione equitativa nel caso di effettiva prova (ivi compresa la presunzione nell’ambito del diritto civile) del danno secondo i parametri della sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione n. 26792/2008 il ristoro di tale danno, infatti, compete a) quando il fatto illecito sia astrattamente configurabile come reato potendo in questo caso essere oggetto di risarcimento qualsiasi danno non patrimoniale scaturente dalla lesione di qualsiasi interesse della persona tutelato dall’ordinamento, indipendentemente da una sua rilevanza costituzionale; b) quando sia la legge stessa a prevedere espressamente il ristoro del danno limitatamente si soli interessi della persona che il legislatore ha inteso tutelare attraverso la norma attributiva del diritto; c) quando il fatto illecito abbia violato in modo grave diritti inviolabili della persona, come tali oggetto di tutela costituzionale e non predeterminati dovendo, volta a volta essere allegati dalla parte e valutati caso per caso dal giudice (cfr ad es. Cass. sez. III, 25 settembre 2009, n. 20684), si ritiene necessario prendere in considerazione, per il concreto esercizio del relativo potere, un criterio che utilizzi, al fine di individuazione della somma adeguata a quanto provato, un importo percentuale di quanto liquidato a titolo di danno biologico in misura ordinariamente non eccedente il 60%, tenuto conto che nelle tabelle del danno biologico elaborate dal Tribunale non era compresa alcuna quota relativa al cd danno non patrimoniale soggettivo.

Il Giudice, nel caso di specie, dà atto che il fatto in sé costituisce reato di lesioni colpose, e che non v’è dubbio alcuno che debba essere riconosciuto, a prescindere dall’esistenza o meno di querela, la voce di danno non patrimoniale relativa alla sofferenza ed al patimento che ne sono derivati (descrittivamente danno morale) con applicazione, per la quantificazione, dei criteri, scaglioni e range elaborati a tale proposito dal tribunale romano.

L'importo per la invalidità permanente va personalizzato, con moderato aumento rispetto alla voce base, in relazione alle specifiche caratteristiche della fattispecie, soggettive ed oggettive.

Va, infatti considerato che il danneggiato è un giovane che, in quanto tale e vista la consistenza non eccessiva del danno alla persona, ha la sicura possibilità, con il tempo, di recuperare pienamente il migliore rapporto con la vita.

Inoltre è giusto riconoscere ed aggiungere a tali somme un ulteriore danno consistente nel mancato godimento da parte del danneggiato dell’equivalente monetario del bene perduto per tutto il tempo decorrente fra il fatto e la sua liquidazione. Ed invero devesi a tale fine fare applicazione delle presunzioni semplici in virtù delle quali non si può obliterare che ove il danneggiato fosse stato in possesso delle somme predette le avrebbe verosimilmente impiegate secondo i modi e le forme tipiche del piccolo risparmiatore in parte investendole nelle forme d’uso di tale categoria economica (ad esempio in azioni ed obbligazioni, in fondi, in titoli di Stato o di altro genere) ricavandone i relativi guadagni. Con tali comportamenti oltre a porre il denaro al riparo dalla svalutazione vi sarebbe stato un guadagno (che è invece mancato) che pertanto è giusto e doveroso risarcire, in via equitativa, con la attribuzione degli interessi legali.

Dal calcolo complessivo, quindi, risulta che al danneggiato spetterebbero €. 54.096,00 a titolo di risarcimento del danno, ma il giudice in applicazione di quanto previsto dall'art. 185-bis c.p.c. formula con ordinanza una proposta che non viene accettata dal danneggiato che ritiene di avere diritto a maggiori somme, mentre al contrario viene accettata dall'assicurazione. Interessante è notare che la somma offerta dal giudice ammonta a complessivi €. 60.000,00 ma l’assenza di qualsiasi ragionevolezza, ex ante, del rifiuto da parte dell'attore della proposta del giudice e della trattativa su di essa avviabile comporta la logica conseguenza del riconoscimento da parte giudice, nella sentenza definitiva, della somma di €. 54.096,00 inferiore rispetto a quella inizialmente offerta.

(fonte: Altalex)

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